Gli sguardi che si incrociano e l’amore in fuga da Kottbusser Tor

Ombre di Ilaria Celestini

(dal Workshop di Scrittura Creativa “Scrittori Emigranti”, racconto scritto in occasione della Passeggiata Letteraria)

Ore 11. La radio di un taxi fermo in Adalbertstr. trasmette il notiziario. Allungo il passo in modo impercettibile, senza affrettarmi visibilmente. La fretta dà nell’occhio ed io voglio essere invisibile. È più facile in giorni come questi, in cui la luce fosca di una cupa mattina carica di nuvole avvolge gli oggetti e le persone in una luce crepuscolare che sa quasi di commiato.
Da anni passo le mie giornate tra le scale della metro di Kotti e il Görlitzer Park, pendolando nella metro che sferraglia al di sopra delle teste delle persone. Conosco ogni angolo di queste strade e molti occhi conoscono me. Mi guardano, mentre passo, da dietro il vetro dei loro negozi appannati o dall’angolo buio di uno scalino. So che mi osservano e allora io li prevengo, alzando la sguardo da sotto la visiera del mio cappellino. I nostri occhi si incrociano per un secondo. Questo basta ed è un gesto fugace di riconoscimento. Non bisogna mai temere di alzare lo sguardo quando sai di essere osservato. Regole silenziose della strada che ora sono anche le mie.

Scendo velocemente le scale che portano verso l’U8. L’incontro è fissato davanti al telefono pubblico, nell’atrio della metro, alle 11.
Sono le 11.01. Non c’è nessuno. Mi fermo alcuni secondi davanti alla vetrina dello Späti. Sto aspettando il mio uomo. Odio aspettare perché i ritardi di solito non preannunciano nulla di buono. Non devo stare ferma a lungo perché potrei dare nell’occhio, anche se questo luogo così affollato è paradossalmente più sicuro rispetto agli angoli di Kottbusser Tor, in cui si aggirano le auto della polizia e i poliziotti in borghese si confondono tra la gente. I miei capelli lunghi e biondi e i miei occhi chiari mi danno un aspetto rassicurante, ma non c’è mai da fidarsi.

Ore 11.03. Il mio uomo è in ritardo ed io sono qui già da 2 minuti. Fingo di ascoltare una conversazione immaginaria al telefono pubblico ed ogni tanto mi guardo intorno. Non può non avermi vista, il segno di riconoscimento è una borsa a forma di koala che porto a tracolla.
Sulla U1, un livello sopra, è appena arrivato un treno. La gente si affretta sulle scale mobili e si dirige verso l’atrio al piano inferiore. Seguo la massa di persone che si avvicina e, ad un certo punto, il mio sguardo si posa su un volto pallido in mezzo agli altri. Scende al ritmo della scala mobile, lo vedo avvicinarsi. La mia mano, che tiene saldamente la cornetta, inizia a tremare. Vengo improvvisamente avvolta da un vuoto che mi ingoia e mi fa precipitare. Rimango immobile ed i miei occhi non possono staccarsi da quel viso che si avvicina lentamente.

Guarda in basso, lui. Scende dalle scale mobili si avvia verso le altre scale che portano ai binari. Ad un certo punto fa per chiudersi la giacca sul petto ed in quel momento i nostri sguardi si incrociano. È solo un attimo e subito lui guarda altrove, mi passa davanti e sparisce dietro l’angolo.
Inizio a tremare. Lascio andare il ricevitore del telefono e le braccia mi cadono molli sui fianchi. Fratello… Non andare via. Non mi hai riconosciuto? O forse, ho solo creduto che tu mi abbia guardato. O forse, ho solo creduto di averti visto.
Le lacrime mi inondano gli occhi. La vita sembra essere svanita, scomparsa per sempre dietro quell’angolo. Rimango immobile, mentre la gente mi scorre davanti. Improvvisamente una figura si ferma vicino a me. «Telefono pubblico, ore 11?» mi chiede in un bisbiglio.

Foto di coperrtina: Berlin, Kottbusser Tor © Sascha Kohlmann  CC BY-SA 2.0

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