“La Germania ha bisogno di immigrati”

Sono sempre più numerosi gli stranieri che decidono di trasferirsi nello Stato tedesco. Stando ai dati trasmessi dallo Statistisches Bundesamt, Ufficio Federale di Statistica, nel 2013 risiedevano in Germania circa 7,6 milioni di immigrati – il 5,8% in più rispetto al 2012. Anche il Rapporto OCSE 2013 “International Migration Outlook” suggerisce che un tale record non veniva registrato dal 1992 e che il trend al rialzo continua.

La crisi sud-europea del debito sovrano, la libera circolazione nel Continente, la fuga dalle politiche di austerity: questi i fattori principali che avrebbero dato il via al boom di immigrazione e che farebbero oggi, della Germania, il nuovo motore d’Europa e secondo paese al mondo, dopo gli Stati Uniti, scelto come meta di destinazione permanente.

Come non dar torto all’ex cancelliere Helmut Kohl, che 25 anni fa affermava con sicumera che la Germania non sarebbe più stato un paese d’immigrazione. La revisione delle politiche migratorie tedesche ha attratto, a partire dal 2000, milioni di laureati altamente qualificati provenienti da altre parti del mondo e pari oggi – dati OCSE alla mano – al 34% dei lavoratori totali (4% in più rispetto al 2007).

L’immigrazione dei cervelli sembra infatti essere vitale per lo sviluppo della nazione tedesca, dove la popolazione domestica non risulta altrettanto specializzata. “La Germania ha bisogno di immigrati“: è quanto afferma l’esperto di processi demografici Rainer Klingholz, durante l’intervista rilasciata al settimanale Der Spiegel lo scorso giugno. “Il boom di immigrati laureati avvenuto nel 2010 ha dato e continua a dare un contributo significativo all’economia”.

La Germania, seppur con un livello di disoccupazione ai minimi storici (secondo l’OCSE, il 6,7% ad aprile 2014, contro il 25% di Spagna e Grecia), si classifica anche come secondo paese al mondo per vecchiaia della popolazione e debolezza del tasso di natalità. Dopo decenni di Anwerbestopp ed esclusione, la nazione è a corto di lavoratori e apre le sue porte agli stranieri.

Questo, continua Klingholz, nonostante permangano numerose problematiche legate all’integrazione, turca in particolar modo. La comunità turca conta in Germania più di 2,5 milioni di persone, immigrate nel paese in seguito all’accordo bilaterale del 1961: quando, terminata la guerra, la Turchia soffriva di una forte disoccupazione e si sentiva, dall’altra parte, il bisogno di nuova forza lavoro.

E tuttavia, dopo le politiche di esclusione tedesche che hanno caratterizzato gli anni Novanta, le nuove leggi migratorie del 2000 hanno di fatto ignorato i bisogni dei lavoratori provenienti dall’Anatolia.

Non solo la proliferazione di circoli religiosi fondamentalisti. Sulla difficoltà d’integrazione degli immigrati turchi in Germania, Klingholz ha le idee chiare: gli stranieri giunti nel Paese nei decenni passati possedevano generalmente scarse competenze professionali, che hanno permesso loro di ottenere posti di lavoro poco qualificati. Gli stessi che, comunemente, vengono rifiutati dai residenti tedeschi. Di queste influenze negative, rimane lo strascico. E chi risente maggiormente del basso livello di preparazione degli immigrati di nazionalità turca, sono i loro stessi figli: in media, “solo uno, su 4, si laurea”. Non sorprende che il successo scolastico influenzi poi quello, potenziale, professionale. A questo si aggiunge la discriminazione da parte degli autoctoni, spesso presente, anche quando le qualifiche ci sono.

Tant’è. Ricorda però Klingholz che “nNl 2030 andrà in pensione circa il doppio dei lavoratori presenti oggi all’interno del mercato del lavoro tedesco, e le aziende non potranno sopravvivere senza immigrazione”.

FOTO ©denis bocquet CC BY SA 2.0

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