L’Italia brucia 4,5 miliardi di € l’anno nel formare giovani che poi emigrano. Germania ancora meta principale

I numeri dell’Istat: gli italiani continuano a scappare dal proprio Paese, qualsiasi sia la regione di provenienza.

La tendenza è sempre la stessa: gli italiani lasciano il Bel Paese in cerca di lavoro, soldi per la ricerca o per crearsi una nuova vita. Nel 2017 i dati Istat stimano circa 153.000 cancellazioni anagrafiche per l’estero, dato in crescita dal 2007, ma in leggero calo (meno 2,6%) rispetto ai dati del 2016. Aumenta in modo preoccupante, inoltre, il numero di giovani che fuggono, in particolare, di laureati e tecnici specializzati. È da notare che tutte le regioni hanno un saldo migratorio di laureati italiani negativo a livello internazionale, comprese le brillanti Lombardia ed Emilia-Romagna: queste ultime, infatti, conquistano terreno in termini assoluti solo se alle “perdite” verso l’estero si aggiungono i “guadagni” legati alla mobilità interregionale di laureati dal Sud al Nord.

Quanti giovani e quanti “cervelli”

L’aspetto più interessante è che il numero di giovani che decide di andarsene dall’Italia continua ad aumentare. Nel 2015, il 50% dei cittadini italiani che si sono trasferiti in Germania ha un’età compresa fra i 18 e 32 anni. Nel 2016, i giovani sono 25.000, contro i 19.000 del 2013. La questione non riguarda solo i giovani in generale: l’Italia sta perdendo anche le proprie eccellenze accademiche e professionali. Lo si può affermare con sicurezza poiché il cosiddetto “Bes” – che misura il trend della qualità della vita dei cittadini e dell’ambiente – ha inserito per la prima volta tra i suoi indicatori la capacità del Paese di trattenere i talenti. Ma come si fa a calcolare questa capacità? Lo spiega un articolo del Sole 24 Ore: viene utilizzato, come indicatore di mobilità dei laureati, il tasso migratorio specifico. In altre parole, si calcola la proporzione tra il saldo migratorio dei laureati e il corrispondente stock di residenti con riferimento ai soli italiani in età 25 – 39 anni, fascia di età in cui il potenziale innovativo dei laureati è particolarmente elevato. Secondo il “Bes”, nel 2016 l’Italia ha “perso” circa 10.000 cervelli, il doppio di quanto registrato nel 2012. La cosa fa scalpore in quanto, come fanno notare su Neodemos le ricercatrici Istat Maria Pia Sorvillo e Francesca Licari, «alla lieve ripresa economica partita nel 2015 e confermata nel 2016 (con un aumento del Pil rispettivamente pari a +0,8 e +0,9%) non corrisponde una inversione nelle tendenze migratorie, e anzi rispetto al 2015 il tasso è in ulteriore diminuzione».

Quali sono le destinazioni predilette

Le mete principali degli italiani sono la Germania, il Regno Unito, la Svizzera e la Francia, così confermano i dati europei Oecd in modo più che evidente. Secondo i dati Destatis (l’Istat tedesco), nei 4 anni che vanno dal 2012 al 2015 più di 130.000 italiani si sono iscritti all’anagrafe in Germania, con 50.000 solo nel 2015 (8.000 di questi si erano già registrati e hanno confermato la registrazione). Il rapporto dei consulenti del lavoro fa anche notare che chi va all’estero, oltre ad avere più opportunità di trovare lavoro, riceve una busta paga più sostanziosa: la differenza fra il salario medio di chi lavora nella città di origine e di chi emigra per lavorare “supera i 500 euro”, cioè il 43,8% in più, come riporta il rapporto dell’Osservatorio Statistico dei Consulenti del Lavoro. La Germania è anche il Paese europeo preferito dai cittadini dell’Unione europea e dell’Efta, con oltre 700.000 arrivi nel 2015. Fra i grandi Paesi europei, la Germania risulta anche quello con il più alto tasso di immigrazione tout court. Al secondo posto tra le mete preferite dagli italiani troviamo il Regno Unito, con “solamente” circa 18.200 immigrati italiani rilevati dalla International Passenger Survey nel 2014. Da ricordare, inoltre, che i dati Istat sembrano andare in direzione contraria a quanto qui affermato, mostrando che la prima destinazione risulti essere il Regno Unito. Questa apparente contraddizione è dovuta al fatto che i dati Istat si riferiscono alle cancellazioni anagrafiche dell’estero, dunque si rifanno ai dati A.I.R.E. (Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero).

I problemi cronici del Sud e l’aumento generalizzato delle disuguaglianze e della povertà

I giovani che fuggono dall’Italia rappresentano un fenomeno generalizzato in tutte le regioni della penisola, come già accennato. Tuttavia, le regioni meridionali presentano una situazione particolarmente difficile e, in particolare in Basilicata, Calabria e Sicilia, il quadro è doppiamente negativo: alle migrazioni verso altri Paesi, che comportano un saldo tra il -4 e il -7 per mille, si aggiungono quelle verso altre regioni d’Italia, che spingono il tasso a picchi compresi tra -26 e -28 per mille. Le ricercatrici Istat Maria Pia Sorvillo e Francesca Licari evidenziano come «nel Mezzogiorno la perdita di talenti è particolarmente critica e rischia di influenzare negativamente il benessere e la sua sostenibilità. Un sintomo di una carenza strutturale di adeguate opportunità lavorative, che si traduce a sua volta nel perdurare di uno stentato sviluppo del tessuto produttivo». Questi dati vengono illuminati dalla consapevolezza che, nonostante la ripresa economica, si registra in Italia un aumento della disuguaglianza e della povertà.

I soldi investiti nella formazione degli italiani che poi si sentono costretti a migrare altrove

Come riporta il Sole 24 Ore, il nostro Paese spende all’anno circa il 4% del PIL (stime Ocse) per l’intero ciclo di istruzione dei suoi cittadini: circa 69 miliardi di euro, “pari a circa 20 volte la famigerata Imu-Tasi sulla prima casa abolita qualche anno fa”. Idos (Dossier Statistico Immigrazione) calcola che in Italia il “costo” da parte dello Stato per il percorso di studi di un singolo cittadino sia di 90mila dollari (77mila euro) per un diplomato, da 158mila a 170mila per un laureato (rispettivamente laurea triennale o magistrale) e 228mila per un dottore di ricerca. Facendo due conti, l’Italia brucia ogni anno circa 5,3 miliardi di dollari (ovvero 4,5 miliardi di euro) solo in laureati andati oltre confine, mentre in diplomati almeno 30 miliardi di euro. Tuttavia, spiega Idos, la perdita si riduce grazie ai flussi d’ingresso degli immigrati. In particolare, sta crescendo il numero dei laureati stranieri che si spostano in Italia, soprattutto dall’Est Europa: dal 2001 al 2011 sono aumentati di oltre 244mila, mentre i diplomati di oltre 800mila. Con il passare degli anni, il fenomeno si è ulteriormente accentuato. Tra il 2012 e il 2014, si legge nel rapporto, “a fronte di circa 60mila laureati italiani espatriati, vi sono circa 15mila laureati italiani rimpatriati e circa 35mila laureati in più tra i cittadini stranieri residente”. Il saldo economico, insomma, è negativo ma non disastroso.

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Immagine di copertina: Aeroporto, ©JESHOOTScom, CC0.

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