Real Scenes: Berlin, il documentario sulla club culture a Berlino dal Muro a oggi

Si chiama Real Scenes: Berlin ed è un documentario girato nel 2011 per Resident Advisor, celebre magazine e community mondiale dedicata alla scena elettronica e techno. Dura solo 18 minuti ma racconta in modo chiaro le metamorfosi cui è andata incontro in un quarto di secolo la club culture berlinese: da sottofondo underground della caduta del Muro e della riunificazione tra Berlino Est e Berlino Ovest, tra esperienze di squatting rave illegali, a industria del divertimento e paradiso dei party a basso costo per clubber di tutto il mondo.

Le voci dei protagonisti. Real Scenes: Berlin alterna splendide immagini della capitale e delle feste che la popolano a interviste che catturano la voce dei protagonisti della scena berlinese techno ed electro:  Il producer e dj Dixon; Apparat; il mitico Dimitri Hegemann, agitatore culturale ma soprattutto fondatore del Tresor; Uli Wombacher del Watergate; i ragazzi che gestiscono il Zur Wilden Renate; Tobias Rapp, giornalista musicale di Der Spiegel, e tanti altri.

Gli squat e i rave illegali. Quasi tutti gli intervistati, ma soprattutto i protagonisti di quella straordinaria epoca di fermento che si consumò a cavallo tra anni Ottanta e Novanta, insistono su due punti fondamentali: in primis la connessione tra esperienze di occupazione e rave illegali nella fase successiva alla caduta del Muro, un momento in cui i giovani anti-sistema sperimentarono una libertà infinita, quasi anarchica, e in cui alla polizia importava poco o nulla di quanto accadeva negli squat e nelle feste clandestine. Un periodo, quello dei primissimi anni Novanta, in cui l’atmosfera del clubbing era esplosiva, «con i tassisti che ti portavano al Tresor anche senza indirizzo». Anni di creatività vorticosa, in una città dal fascino ancora ruvido, piena di casermoni e ruderi «che hanno fatto di me quel che sono», racconta Apparat.

Apparat
© YouTube

Berlino oggi. Ma se prima la techno e i party selvaggi erano innanzitutto una rivendicazione di libertà, «oggi Berlino è piena di stupidi che arrivano solo per ubriacarsi e perdere la testa, come se fossero a Maiorca», lamenta Hegemann. «È stato nel 2004», confessa Rapp, «che mi sono reso conto del passaggio di Berlino da città dei rave clandestini a centro internazionale del clubbing. Ero in fila per una serata e sentivo parlare tante lingue diverse, ma non il tedesco». Un tempo la scena underground era fondamentalmente pensata per i berlinesi consapevoli del significato di quell’atmosfera e per i tedeschi che scappavano dal grigiore dell’Est o della provincia, mentre i turisti si contavano sulla punta delle dita. Invece ora, spiega Hegemann, l’80% dei clubber sono turisti. La temuta selezione all’ingresso dei club serve anche a evitare che entrino troppe persone ignare del senso di ciò che stanno per sperimentare. Ma nessun accorgimento è riuscito a impedire che la club culture berlinese diventasse soprattutto un affare, un’industria. Molti erano stanchi della clandestinità, di dover riorganizzare ogni volta tutto daccapo e volevano fare della loro passione una professione, un’occasione per monetizzare. E da qualche anno anche l’amministrazione cittadina supporta il clubbing come mezzo per “vendere” Berlino all’estero e portare in città turisti e imprenditori. Ma, concordano i più esperti, con l’arrivo dei soldi grossi la scena techno più autentica e selvaggia rischia di essere la prima a sparire. Non subito, però: Berlino sa ancora offrire nicchie di libertà e spazi vuoti da scoprire, restati intatti in pieno centro dalla caduta del Muro. «Berlino è destinata a dare tanto ancora per una ventina d’anni», prevede Hegemann. Dal 2011 ne sono già trascorsi cinque, e molti cambiamenti già si avvertono. E allora forse è il caso di godersela fino in fondo, finché resiste.

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