«Sono arrivata in Italia con un tir, oggi racconto il popolo curdo attraverso il cinema»

«Sono arrivata in Italia in un tir, esattamente vent’anni fa. Ho dovuto lasciare tutto: casa, famiglia, amici. Sono stata costretta a farlo, la situazione in Kurdistan era diventata insostenibile». Così si presenta Hevi Dilara, rifugiata politica curda, regista, musicista, poetessa, direttrice artistica del Festival del cinema curdo. Poco prima del colpo di Stato turco nel 1980, all’età di tre anni, venne svegliata dai militari con un fucile puntato alla tempia, mentre venivano sciolti tutti gli organi democratici del Paese e vietati i partiti politici. Ma ciò che maggiormente ha lasciato il segno nella sua vita è stato il divieto di parlare la propria lingua e vivere la propria cultura. Forse anche per questo motivo ha scelto di collaborare come regista al progetto cinematografico Benvenuti in Italia, organizzato dall’Archivio delle memorie migranti di Berlino, un racconto in cinque episodi sulla condizione del migrante e sul sistema d’accoglienza italiano.

hevidilara

Benvenuti in Italia, il film. «È stata la prima volta che ho preso una telecamera in mano. Girare il film con altri ragazzi per me è stata un’esperienza unica, perché ho avuto modo di conoscere altre culture, altri modi di pensare e agire, che hanno arricchito il mio bagaglio culturale. È stata anche un’esperienza di condivisione, perché, ad esempio, quando io giravo con la telecamera uno degli altri ragazzi gestiva l’audio, e quando lui girava io dovevo gestire l’audio. A volte se lui doveva entrare in scena mi occupavo di entrambe le cose. Da allora in poi guardo, vedo e osservo diversamente tutto quello che mi circonda. Ho scelto di partecipare al progetto Benvenuti in Italia dell’Archivio delle memorie migranti di Berlino anche perché mi interessava vedere la capitale tedesca, che è una città multiculturale e multietnica, un modello per tante città europee. Volevo respirare quell’aria, in cui sembrano non esistere discriminazioni per il colore della propria pelle e per la lingua parlata. Qui tutte le culture di tutti popoli sono ben viste e sinceramente accettate. Nonostante sia rimasta solo per qualche giorno, questo è stata l’impressione che mi ha lasciato Berlino».

Le origini. «Io vengo dal Kurdistan, il paese che non c’è. Sono nata a Sanliurfa, sul fiume Eufrate, la città che gli antichi romani chiamavano Edessa. Per molti è la città dei profeti, perché secondo un detto lì anche gli asini, quando ragliano, non sono mai stonati. È una città di tanti artisti, tanti cantanti. È la città antica dove nacque il profeta Abramo. È una città multietnica e multiculturale, in cui convivono arabi e curdi, dopo aver visto passare i caldei, gli assiri e i babilonesi. Poi sono arrivati i turchi. Esistono dei reperti antichi risalenti a tredicimila anni avanti Cristo, che un archeologo tedesco ha scoperto, e che testimoniano come questa sia la prima città in cui si è insediato l’uomo, in cui è stato coltivato il primo campo di grano e costruito il primo tempio. Questa è la mia città».

A destra Hevi Dilara sul set del film Benvenuti in Italia

 

I problemi col governo turco. «Il popolo curdo ha sempre avuto molti problemi col governo turco. Nonostante sia cresciuta in un ambiente costituito da tante culture differenti, non ho mai potuto viverle pubblicamente. Il governo turco ha vietato di parlare la nostra lingua, non si poteva cantare in curdo, non si poteva vivere in curdo, se non di nascosto, a casa di amici, per strada o in piccole associazioni. Tutto doveva essere turco. Gli stessi provvedimenti vennero presi anche per altre minoranze etniche, ma il mio popolo in particolare ha vissuto tragicamente questa imposizione, sulla propria pelle. A casa mia si parlava in curdo, i miei genitori mi hanno insegnato il curdo e mi hanno dato un nome curdo, ma lo Stato ha deciso che questo nome non può esistere e infatti non si trova nell’elenco statale dei nomi di lingua turca. Mi era stata vietata la mia identità e questo ha smosso qualcosa dentro di me e ha fatto crescere un amore, una simpatia, un attaccamento sempre più forte alla mia cultura e alla mia lingua».

L’arrivo dei militari. «Era buio, mezzanotte, quando i militari hanno attaccato le nostre case per vedere se c’erano uomini da portare in galera. Mio padre era già stato arrestato, quindi abbiamo messo in vendita la casa, abbiamo portato via solo due letti, delle coperte e due, tre piatti e pentole. Tutto di nascosto. I miei zii prendevano la roba e mia madre stava all’angolo della strada con una torcia per dare il segnale in caso dell’arrivo dei militari. Sono le stesse scene che si vedono nei film che raccontano l’esodo del popolo ebraico, armeno e palestinese, ma noi l’abbiamo vissuto sulla nostra pelle. Sono immagini che non riesco a togliermi dalla testa e non credo riuscirò mai a farlo. Ho dovuto portare via tutto quello che ho potuto, per sopravvivere. I militari arrivavano rumorosi con i loro stivali e ti puntavano il fucile alla tempia. Era il 1979 e io avevo solo tre anni. Ma se c’è una cosa che mia madre mi ha insegnato, e che appartiene alla nostra cultura, è combattere, reagire e non piangersi addosso».

La fuga nel tir. «Dopo essere stata arrestata per aver continuato a cantare in curdo con il mio gruppo, nonostante il divieto del governo, sono stata arrestata e sono rimasta in carcere per un anno circa. Poi mi sono nascosta in Turchia, e sono scappata. Sono scappata verso l’Europa, sotto un tir. Erano gli anni in cui lo Stato turco bombardava, evacuava e svuotava tutti i villaggi, dava fuoco e radeva al suolo tutti i paesi curdi. La sua politica era lasciare la terra curda senza i curdi. Certi poliziotti fornivano addirittura i documenti falsi per mandare via la gente. Quattromilacinquecento villaggi svuotati, evacuati, bruciati, quasi cinque milioni di profughi, che dai paesi curdi andavano verso le metropoli turche. Io sono riuscita a fuggire con l’aiuto finanziario dei miei zii. Sono salita su un volo da Istanbul per Spalato, nell’ex Jugoslavia, e sono rimasta lì per un mese in un palazzo che mi ricordo ancora oggi, ma che sarebbe meglio cancellare. Successivamente sono salita su un tir. Ero l’unica ragazza con altri sei ragazzi e ci hanno “sistemato” tra le ruote e il cofano. Non mi ricordo nemmeno quanti giorni durò il viaggio, ma alla fine ho riaperto gli occhi a Milano, in un ospedale. C’era un poliziotto italiano molto gentile che mi ha detto: “Questa è Milano”. Mi ha aiutato a salire sul treno e sono arrivata a Roma, dove ho chiesto asilo politico».

Hevi Dilara con Verena Vittur dell’Istituto Italiano di Cultura a Berlino

L’arrivo in Italia. «L’Italia, mai avrei sognato di finire qui. Solitamente la meta dei profughi è la Germania o altri Paesi europei dove esiste una consistente comunità curda. A quel tempo in Italia non c’erano nemmeno tanti curdi, forse qualcuno dall’Iraq arrivato dopo la Guerra del golfo del ’91. A Roma non conoscevo nessuno, così, appena arrivata, ho telefonato all’ufficio responsabile dei curdi rifugiati in Italia e ho fatto la richiesta per ottenere l’asilo politico. I primi sei mesi non riuscivo a dormire, al massimo un’ora al giorno. Ero esausta, distrutta, perché ero una ragazza sola, senza i genitori, senza i familiari, senza i cari, senza nessuno. Mi sentivo un pesce fuor d’acqua. Poi ho deciso di reagire. Ho iniziato delle attività politiche insieme ai membri dell’ufficio e mi sono decisa a imparare la lingua. A dire la verità non ho fatto un corso di italiano, ma ho imparato le prime parole da Dino Frisullo [attivista, politico e giornalista italiano, impegnato per tutta la sua vita a difendere i diritti dei migranti e del popolo curdo, ndr]. Lui veniva spesso al nostro ufficio e quando prendevo un dizionario, si arrabbiava, diceva: “No, non prendere il dizionario, ti spiego io che vuol dire questa parola”. Così ho imparato l’italiano. Era un uomo che si dedicava pienamente alla sua attività e l’ultimo articolo che scrisse lo dedicò interamente alla causa curda».

Il sistema d’accoglienza in Italia. «Appena arrivati in Italia si passa dai centri d’accoglienza e di soccorso, poi ai centri per i richiedenti asilo e, infine, si arriva al sistema di protezione dedicato sia ai richiedenti asilo che ai rifugiati. Ci sono poi altri enti minori che si occupano, allo stesso modo, di fornire un primo soccorso e di accogliere rifugiati e profughi. Tutte le persone che vengono accolte in questi centri possono fruire liberamente dei servizi messi a loro disposizione e non vengono in alcun modo privati della propria libertà. Nei fatti, tuttavia, viste le contingenze internazionali, i profughi e i richiedenti asilo sono nettamente superiori rispetto alle strutture a disposizione e, talvolta, la loro gestione è prettamente di emergenza. In alcuni casi risulta impossibile effettuare una programmazione tanto da dover trovare soluzioni abitative provvisorie. Non è raro che i richiedenti asilo vengano accolti in strutture alberghiere o in edifici non abitati. Ma il vero problema viene dopo. Quando termina il periodo di permanenza nei centri, inizia un periodo di smarrimento per il rifugiato o immigrato: sono pochi i casi in cui ci si riesce a inserire nel mercato del lavoro come un cittadino italiano. Servirebbe un piano ben strutturato per il periodo seguente a quello di prima accoglienza».

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Tutte le foto © Hevi Dilara

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