«La panchina dell'”ingrato” senzatetto berlinese»

© Ferdinand Stöhr, Berliner Bär, BY-SA CC 0.0

Home sweet home

Da quanto tempo Hans vivesse su quella panchina mi è ignoto.

Le ricerche che ho fatto in proposito sono risultate vane; lui ha un senso del tempo che non appartiene a noi umani e la gente se lo ricorda lì da sempre; su quella panchina davanti al canale alla fine della Wiener Straße, circondato da sacchi per la spazzatura che contengono le sue cose.

Posso dire di averlo visto lì per tutti i quindici anni che vivo in questa città; sempre sorridente e affabile con tutti, non chiede mai niente a nessuno, a parte un po’ di tabacco ogni tanto. Ha sempre rifiutato di recarsi in un ostello o di lasciarsi ospitare in case private; la leggenda vuole che gli fosse stato assegnato un tempo un alloggio sociale, che lui sulle prime accettò, solo per abbandonarlo poco dopo senza commenti per poter tornare a vivere sulla sua panchina preferita. Anche nelle notti più gelide di questa periferia del circolo polare artico; gentilmente, ma fermamente, si è sempre accomodato su quella panca declinando ogni sorta di elemosina.

È un bell’uomo Hans, una di quelle bellezze che una volta, da queste parti, si dicevano “ariane”. Ha occhi di un profondo verde-blu che spesso, per i giochi di rifrazione luminosa che il sole si diverte a effettuare su quel lato del canale, appaiono sorprendentemente intonati ai sacchi che lo circondano; quasi le sue cose e lui formassero un’unità non solo materiale, ma anche cromatica.

Ogni tanto lascia la panchina per recarsi chissà dove a compiere certe misteriose faccende, che neppure una fantasia fervida come la mia riesce a immaginare; le solite occupazioni di un senzatetto sembrano completamente aliene al suo animo e alla sua fermezza di carattere però, di fatto, ogni tanto si allontana per qualche ora.

Così ha fatto anche il 31 dicembre di quest’anno quando, dimostrando ancora una volta il suo carattere socievole, si è recato da qualche amico per festeggiare il capodanno. Il fato ha voluto che, durante la sua assenza, qualcuno in vena di burle abbia appiccato fuoco, con petardi o non so che, alla panchina che lui occupava in pianta stabile.

Poiché Hans è molto conosciuto e amato nei dintorni la notizia si è sparsa come il vento; la gente del quartiere ha fatto un crowdfounding e per 400 euro ha fatto installare a proprie spese una nuova panchina al posto della carbonizzata. Non c’è stato nulla da fare; mi dicono che, dopo averle gettato uno sguardo sopra, Hans ha preso i suoi sacchi e, senza dire una parola, se n’è andato altrove.

L’indifferenza del pensiero di alcuni di coloro che si erano affaccendati per rimediare la panchina nuova si è spinta tanto in là da accusarlo di ingratitudine per il bel gesto; io no, io ti capisco Hans: quando tu sei la tua casa una panchina vale l’altra.

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Foto di copertina: © Ferdinand Stöhr, Berliner Bär, BY-SA CC 0.0

Ismaele Rossi

La vita sgangherata e unica di Carlo a Berlino ti porta nei bassifondi, tra i barboni, i ricchi rampolli decaduti, le mense dei poveri, gli Hartzer che vivono di sussidi, quella Berlino che per molti è cool ma che pochi conoscono davvero

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